DONNA
Le medicine di Nonna Abelarda e l’ambiente.
Scritto il 2015-02-01
da davidemercati
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Fonte: encrypted-tbn2.gstatic.com

Mia nonna paterna si chiamava Angela. Ma io non la chiamavo così. Io la chiamavo Nonna Abelarda. Il battesimo canzonatorio mi venne in mente quando avevo più o meno 7 anni. Ero in vacanza al mare. In Maremma. A casa degli zii di mia madre. Prima di andare in spiaggia ci fermavamo all’edicola dove vidi per la prima volta una schiera di fumetti che oramai si trovano solo nei ricordi di chi ha visto, almeno per un po’, la TV in bianco e nero: Tiramolla, Geppo, Cucciolo e Beppe e la mitica Nonna Abelarda. Nella mia mente di bambino notai una certa somiglianza tra quest’ultima e mia nonna che in realtà non era proprio come il fumetto. Era più simile, al dire di mio padre, a Margherita Hack. Forse il mio nomignolo, tutto sommato, era meno offensivo. Però quando la chiamavo Nonna Abelarda lei rideva, faceva finta di arrabbiarsi e mi inseguiva per casa con la goffa e lenta allegria degli anziani al grido di: “Brutto birbante, non ti vergogni di vergognarti?”.

La nonna Angela è sempre stata anziana. O per meglio dire io me la ricordo solo anziana, con le mollette sui capelli grigi e lisci, con addosso vestaglie di jersey sintetico a fiorellini, ciabatte da casa e una mantellina sulle spalle. Aveva sempre paura di prendere freddo. Aveva problemi di udito ma di tutto ciò che le dicevo non perdeva mai nemmeno una parola. Strano? No, non è strano. I nonni spesso capiscono i nipoti meglio dei genitori e non solo a parole. Forse perché da anziani si dimenticano tante cose ma ci si ricorda meglio di essere stati bambini.

Mia nonna aveva la passione per i farmaci e io per i cioccolatini Perugina che lei teneva dentro un mobile del salotto insieme a pasta, biscotti e cracker. Aveva diversi acciacchi dovuti all’età e prendeva molte medicine. Per il cuore, per la pressione, per lo stomaco e per mille altre cose. Ma questo la rendeva tranquilla, serena. Mia nonna divideva i medici in due categorie: quelli che sono bravi perché danno tante medicine e quelli che non sono bravi perché non prescrivono alcuna medicina. Nemmeno un clisterino, panacea di tutti i mali. Quando andava in farmacia usciva con più spesa di quella che faceva alla COOP. Pensate che una volta c’è andata persino con il carrello. In farmacia intendo. Ho scoperto, dopo la sua morte, che era consulente del giornalista Luciano Onder, quello di Medicina 33 della Rai.

Ma oggi i tempi sono cambiati. Oggi si usano meno farmaci. Si è capito infatti che l’uso eccessivo delle medicine che assumiamo per curare certe malattie possono farti venire altre malattie per le quali poi devi comprare altre medicine che poi ti fanno venire altre malattie per le quali devi comprare altre medicine che poi … si, insomma, ci siamo capiti. Usiamo meno medicine ma continuiamo comunque a comprarne tante, così tante che spesso scadono e dobbiamo buttarle via. E dove le buttiamo? Nel gabinetto o nell’immondizia indifferenziata. Con effetti disastrosi per l’ambiente e di conseguenza per la nostra salute. Eh si, perché se buttiamo le aspirine scadute nel gabinetto, queste poi vanno a finire nei fiumi e poi nel mare e poi entreranno negli organismi dei pesci. Così la prossima volta per farci passare il raffreddore andremo a  comprare dei gamberetti effervescenti o delle punture di trota per i dolori di schiena.

Ma questo non è l’unico modo per cui i principi attivi dei farmaci finiscono nelle acque o nei terreni. Pensate ai maiali, ai polli o alle mucche. Questi animali vengono riempiti di antibiotici che poi una volta assimilati vanno a finire nei loro escrementi per poi finire negli stoccaggi dei liquami degli allevamenti e quindi nel suolo e poi nelle falde acquifere. E questo è tutto vero. Pensate, tra qualche anno invece che andare alle terme a fare i fanghi per i dolori articolari potremmo fare dei bagni nella cacca di maiale o di mucca, ricca di antidolorifici. Al ritorno potrete sempre dire: “Una vacanza di merda ma almeno non ho più dolori!”.

Ricordi a parte, scherzi a parte, risate a parte, quello dello smaltimento dei farmaci scaduti è un problema serio. Abbiate cura di gettare l’astuccio di carta e il bugiardino nel cassonetto della carta ma portate blister e flaconi presso le farmacie che hanno l’apposito raccoglitore di farmaci scaduti. Non gettateli nel gabinetto o rischiate che lo sciroppo per la tosse fatto con bava di lumaca diventi un antibiotico supercalifragilistichespiralitoso che vi trasformerà in un marziano.


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