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Cristina Coppi
Cristina Coppi. Sono nata esattamente 110 anni dopo che è stata abolita la schiavitù in America. Forse è per questo che amo la libertà più di ogni altra cosa. Poi viene il mare. Per me giornalista e ambientalista fanno rima. C’è una cosa che non sopporto, sentir dire “ non ci posso fare niente”.

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I miei ultimi articoli
Il vecchio continente occupa solo il 5% delle terre emerse ma è una vera e propria “miniera” di biodiversità, grazie alla sua conformazione infatti sono presenti diversi ambienti naturali: dal circolo polare artico fino alle coste del Mediterraneo. Ad essere precisi, le regioni biogeografiche sono 9: Boreale, Atlantica, Continentale, Alpina, Pannonica, Steppe, Mar Nero, Mediterranea e Macaronesia. Ognuna di queste zone si contraddistingue per vegetazione, clima, caratteristiche topografiche e geologiche. Patrimoni da tutelare Questo patrimonio di biodiversità è una risorsa che va protetta e trasmessa alle generazioni che verranno. Oggi purtroppo in Europa quasi la metà dei mammiferi e un terzo di rettili, pesci e uccelli sono in pericolo. Da cosa dipende? Beh, sicuramente la costruzione di grandi infrastrutture, l’agricoltura intensiva, la crescita delle aree urbane e i cambiamenti climatici non hanno aiutato a preservare gli ambienti naturali per la sopravvivenza di piante e animali. L’Europa ha avviato per questo una serie di misure che servono a tutelare e prevenire la perdita di biodiversità. La legislazione comunitaria ha infatti aiutato la creazione di una rete di collaborazione tra i paesi per difendere la natura. La logica alla base delle misure attuate è che in natura non esistono confini, il Danubio ad esempio attraversa diverse nazioni e l’inquinamento in un’area impatta non solo in quella zona ma in tutte le nazioni che vengono toccate dal fiume. Cosa fare dunque per tutelare la biodiversità? Unire gli sforzi e aggregare le risorse è sicuramente la soluzione più efficace. Per questo è nata una rete di siti protetti che si chiama Natura 2000. Ad oggi la rete conta oltre 25.000 siti che coprono un quinto delle terre Europee e buona parte del mare circostante. Il principio fondante di Natura 2000 consiste nella compresenza delle attività umane nelle aree protette, questo perché l’idea è che la collaborazione tra la natura e l’uomo sia proficua. Obiettivo della rete è infatti definire dei parametri che consentano di esercitare attività economiche invece di impedirle. Per questo nelle aree protette vengono oggi apportate piccole modifiche per renderle compatibili con la tutela degli habitat naturali esistenti. [jscode id="1"] Come fa l’Unione Europea a valutare i risultati della rete di protezione? Chiaramente la collaborazione degli stati membri è fondamentale. Ogni sei anni vengono comunicati alla Commissione lo stato di conservazione degli habitat e le misure attuate per la protezione degli stessi. In questo modo non solo si valutano i successi della rete Natura 2000 ma anche le aree problematiche in cui intervenire per correggere e intensificare, dove necessario, le attività a tutela degli habitat. Ma Natura 2000 non è un’entità lontana, possiamo partecipare tutti per dare il nostro piccolo contributo: dalle gite agli acquisti nelle aree protette, fino alle attività di volontariato. L’importante è anche diffondere le informazioni sulle iniziative e i loro risultati. Ad esempio, lo sapevate che grazie a Natura 2000 i camosci negli Appennini sono diventati oltre 1.000? Una cifra che non si aveva da più di un secolo! Se come me siete curiosi di sapere quante e quali sono le aree aderenti a Natura 2000 e più in generale cosa fa la Commissione per proteggere l’ambiente e la biodiversità potete visitare il sito. Buona natura a tutti. Sponsored by Commissione europea - Direzione Generale per l'Ambiente

News

Storia antica e leggendaria, quella del mandorlo. Ne sa qualcosa Giuseppe, sì proprio lui. Raccontano i Vangeli Apocrifi che fu scelto come sposo di Maria perché l’albero a cui aveva legato il suo asino fiorì improvvisamente. Era un mandorlo, naturalmente. Proveniente dall’Asia, il mandorlo fu introdotto in Europa dai Fenici. I Romani lo chiamavano “noce greca”. Successivamente si è diffuso in tutti gli altri Paesi affacciati sul Mediterraneo. Il frutto è prezioso, ma ancora di più lo è l’olio che si ottiene dalle spremitura a freddo dei frutti: l’olio di mandorle dolci, forse l’olio più conosciuto e più usato per il trattamento e la cura della pelle, normale e sensibile. L’olio di mandorle dolci è sicuramente uno degli oli che preferisco perché si presta a tantissimi usi, si trova facilmente in tutte le erboristerie e nei negozi dedicati al benessere naturale. Lo si può trovare puro o con aggiunta di tocoferolo (vitamina E), che serve a proteggere l’olio dall’irrancidimento e ha notevoli proprietà antiossidanti. Come dicevo l’olio di mandorle può essere impiegato senza timore per qualsiasi tipo di pelle, persino quelle più sensibili, questo perché le sue proprietà lo rendono adatto a tutti, anzi è vivamente consigliato l’uso in caso di dermatiti o in caso di varicella o morbillo. Ricco di vitamine A e B l’olio di mandorle è usato per prevenire l’invecchiamento cutaneo e le smagliature. Se non si soffre di pelle grassa, può essere usato al posto del latte detergente per rimuovere il trucco e le impurità dalla pelle del viso. Usato sui capelli ne previene la disidratazione causata da vento, salsedine, cloro ecc, inoltre è un ottimo aiuto per la piega. Se assunto per via interna sembra sia utile in caso di stipsi, sia dei bambini sia degli adulti. Infine è un ottimo balsamo per le labbra per prevenire le screpolature da freddo e usato sulle unghie contribuisce a rafforzarle ed è utile per il trattamento delle cuticole. C’è una sola raccomandazione da seguire: se l’olio acquistato è puro può irrancidire facilmente se esposto alla luce o al calore, è perciò raccomandabile conservarlo in frigorifero quando fa caldo e se è possibile conservarlo in bottiglie di vetro scuro. Tutto qui? No, perché c’è qualcosa che va al di là dei consigli e degli usi pratici, è quel senso di poesia, di profondità, di sensualità che evoca il mandorlo, con i suoi fiori, i suoi frutti, i suoi colori. Forse per questo il suo è molto più di un olio, è un mondo. Ps. Andando fuori tema ma restando in argomento,se vi capita leggete La Mandorla, un libro di Nedjma. E’ bellissimo.

Consigli

Arrivano in Europa durante il Medio Evo, pare siano stati introdotti dagli Arabi che li definivano “i prìncipi degli ortaggi” per le proprietà nutrizionali. Da sempre si associano al concetto di forza perché sono l’alimento preferito di Braccio di Ferro: eh si, sto parlando degli spinaci. In realtà, con buona pace di noi non amanti della carne (non sono vegetariana, ma il mio consumo di carne è pressoché infinitesimale), non è affatto vero che gli spinaci forniscono la stessa quantità di ferro della carne. E’ una leggenda quasi incredibile che nasce da un errore di stampa. Nel 1890, infatti, dei nutrizionisti americani comunicarono per la prima volta il contenuto di ferro degli spinaci. Peccato che per una virgola nel posto sbagliato il contenuto risultò dieci volte superiore rispetto a quello reale. Un errore di cui non si accorse nessuno per decenni, e intanto la leggenda era cresciuta. Insomma, hanno imbrogliato Braccio di Ferro, perché per avere il ferro di 100 grammi di carne ce ne vogliono 1.000 di spinaci. E allora per sostituire la carne dovremmo guardare altrove, per esempio dalle parti dei legumi. Ma tornando agli spinaci, è vero che contengono meno ferro di quanto la tradizione popolare ci dica, ma è vero anche che, al di là del ferro, sono un’ottima fonte di vitamine C, A e B. Inoltre contengono carotenoidi, che aiutano ad eliminare i radicali liberi, acido folico per rafforzare le difese immunitarie e luteina, una sostanza che protegge la retina e più in generale l’occhio. Recentemente è stato scoperto che la presenza di nitrati aiuta a rafforzare i muscoli e a tenere sotto controllo il diabete. Gli spinaci hanno però una controindicazione: contengono ossalati che sono dannosi per chi soffre di calcolosi renale e per chi soffre di osteoporosi. Sono presenti per quasi tutto l’anno sulle nostre tavole, li troviamo più o meno da ottobre a maggio. Gli spinaci possono essere mangiati crudi e cotti, come contorno o come ingrediente per torte rustiche o per risotti. Le loro proprietà nutrizionali però diminuiscono con la cottura, per cui sarebbe meglio mangiarli in insalata o al limite lessati in poca acqua. In questo periodo io li mangio tantissimo in insalata a cui aggiungo mela, avocado, noci o fichi secchi, gomasio (un mix di semi di sesamo e sale marino), semi tostati (zucca, lino e girasole), olio extravergine di oliva e aceto balsamico. Senza trasformarmi di Braccio di Ferro.

Eco Ricette

Il suo nome deriva dal latino. Ed ha un significato specifico. Per i Romani la calenda era il primo giorno del mese, da qui il termine calendario e calendula. Questa pianta officinale fiorisce una volta al mese per tutta l’estate e appartiene alla specie delle asteracee. Ne ho sentito parlare a lungo perché era la base di alcuni unguenti che si usavano per proteggere le mani dal freddo, ma devo dire che l’ho usata recentemente anche per un problema chiamato idrosadenite, un’infiammazione delle ghiandole sudoripare. E per me è stata una vera manna perché ha ridotto il dolore, il gonfiore e il rossore sotto le ascelle. La calendula è usata appunto per la realizzazione di creme, tinture, unguenti o impacchi (mi raccomando controllate l’INCI, se ci sono ingredienti derivati dal petrolio, se potete, evitate di prenderla e cercate un unguento o una crema con ingredienti naturali). Ma può essere utilizzata anche in infusione e assunta come tisana. Ha proprietà lenitive, anti-infammatorie e anti-microbiche. La crema o l’unguento possono essere usati, appunto, per proteggere le mani delle screpolature dovute al freddo (e in questi giorni serve tantissimo!). Mentre se la assumiamo come tisana può essere un aiuto per la protezione dello stomaco e per la regolarizzazione del flusso mestruale. Una curiosità: in cucina la calendula è usata spesso come sostitutiva delle zafferano, proverò ad usarla la prossima volta che preparerò un risotto o un piatto di pasta, vi terrò aggiornati. Stay tuned!

Consigli

Il loro aspetto ricorda lo zenzero e la curcuma. Il nome scientifico e quello di uso comune sono abbastanza complicati: Elianto tuberoso o topinambur. Molti li chiamano carciofi di Gerusalemme. Li conoscete? Io li mangio da un paio d’anni e sinceramente mi piacciono tantissimo. Mi ricordo che me ne parlava spesso la ragazza con cui dividevo l’appartamento quando vivevo a Modena ma all’epoca (una donna non parla mai di date precise, ci avete fatto caso?) il mio rapporto con la cucina era pessimo e il microonde invece il mio migliore amico. Con il passare degli anni ho cambiato alimentazione e soprattutto ho imparato a cucinare. Vabbè digressione a parte, torno al topinambur. Il topinambur è un tubero e appartiene alla famiglia delle Asteracee di cui fanno parte anche i carciofi e la scarola. Originario del Nord America, in Italia è diffuso praticamente ovunque e sembra sia considerato particolarmente infestante. Lo troviamo nei mesi invernali, più o meno da dicembre a marzo. Da un punto di vista nutrizionale, il topinambur, come tutte le verdure, è importantissimo per le diete per il suo basso apporto calorico ed è ricco di inulina (sostanza presente anche nella cicoria), il che lo rende adatto anche all'alimentazione delle persone che soffrono di diabete. Contiene anche vitamine A e B e sali minerali come fosforo e potassio. Il topinambur si può cucinare o mangiare crudo, la sua buccia è facilmente digeribile per cui dopo averli sciacquati è possibile mangiarli o cucinarli senza perdere tempo a sbucciarli. Io devo dire che un po’ li pulisco e poi li metto a cuocere in acqua bollente con del limone (per evitare che si anneriscano. Lo faccio anche con i carciofi). Di solito dopo averli bolliti li ripasso in padella con un po’ di pepe e olio. Ecco di seguito la ricetta: Topinambur (500gr) 1 limone 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva Pepe q.b. Sale q.b. Lavare i topinambur sotto l’acqua corrente, sciacquarli con un po’ di succo di limone. Dopo averli bolliti per una ventina di minuti in acqua e limone, tagliarli a cubetti. Nel frattempo far scaldare olio, sale e pepe in una padella, quando l’olio sarà caldo versare i topinambur e lasciar cuocere per una decina di minuti fino a che non saranno dorati.

Eco Ricette


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