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Davide Mercati
Davide Mercati, classe 1975. Credo nella famiglia, nell'onestà e nella trasparenza.

Tatuo i miei valori sulla pelle. Amo le cose che mi fanno sentire libero come la scrittura, la musica, i viaggi, il vento caldo del deserto. Sono ecologista. Il verde mi mette di buon umore, lo stesso che verrà a voi con GREEN MIND! Non ci credete? Provate a seguire questo blog.

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I miei ultimi articoli
Mia nonna paterna si chiamava Angela. Ma io non la chiamavo così. Io la chiamavo Nonna Abelarda. Il battesimo canzonatorio mi venne in mente quando avevo più o meno 7 anni. Ero in vacanza al mare. In Maremma. A casa degli zii di mia madre. Prima di andare in spiaggia ci fermavamo all’edicola dove vidi per la prima volta una schiera di fumetti che oramai si trovano solo nei ricordi di chi ha visto, almeno per un po’, la TV in bianco e nero: Tiramolla, Geppo, Cucciolo e Beppe e la mitica Nonna Abelarda. Nella mia mente di bambino notai una certa somiglianza tra quest’ultima e mia nonna che in realtà non era proprio come il fumetto. Era più simile, al dire di mio padre, a Margherita Hack. Forse il mio nomignolo, tutto sommato, era meno offensivo. Però quando la chiamavo Nonna Abelarda lei rideva, faceva finta di arrabbiarsi e mi inseguiva per casa con la goffa e lenta allegria degli anziani al grido di: “Brutto birbante, non ti vergogni di vergognarti?”. La nonna Angela è sempre stata anziana. O per meglio dire io me la ricordo solo anziana, con le mollette sui capelli grigi e lisci, con addosso vestaglie di jersey sintetico a fiorellini, ciabatte da casa e una mantellina sulle spalle. Aveva sempre paura di prendere freddo. Aveva problemi di udito ma di tutto ciò che le dicevo non perdeva mai nemmeno una parola. Strano? No, non è strano. I nonni spesso capiscono i nipoti meglio dei genitori e non solo a parole. Forse perché da anziani si dimenticano tante cose ma ci si ricorda meglio di essere stati bambini. Mia nonna aveva la passione per i farmaci e io per i cioccolatini Perugina che lei teneva dentro un mobile del salotto insieme a pasta, biscotti e cracker. Aveva diversi acciacchi dovuti all’età e prendeva molte medicine. Per il cuore, per la pressione, per lo stomaco e per mille altre cose. Ma questo la rendeva tranquilla, serena. Mia nonna divideva i medici in due categorie: quelli che sono bravi perché danno tante medicine e quelli che non sono bravi perché non prescrivono alcuna medicina. Nemmeno un clisterino, panacea di tutti i mali. Quando andava in farmacia usciva con più spesa di quella che faceva alla COOP. Pensate che una volta c’è andata persino con il carrello. In farmacia intendo. Ho scoperto, dopo la sua morte, che era consulente del giornalista Luciano Onder, quello di Medicina 33 della Rai. Ma oggi i tempi sono cambiati. Oggi si usano meno farmaci. Si è capito infatti che l’uso eccessivo delle medicine che assumiamo per curare certe malattie possono farti venire altre malattie per le quali poi devi comprare altre medicine che poi ti fanno venire altre malattie per le quali devi comprare altre medicine che poi … si, insomma, ci siamo capiti. Usiamo meno medicine ma continuiamo comunque a comprarne tante, così tante che spesso scadono e dobbiamo buttarle via. E dove le buttiamo? Nel gabinetto o nell’immondizia indifferenziata. Con effetti disastrosi per l’ambiente e di conseguenza per la nostra salute. Eh si, perché se buttiamo le aspirine scadute nel gabinetto, queste poi vanno a finire nei fiumi e poi nel mare e poi entreranno negli organismi dei pesci. Così la prossima volta per farci passare il raffreddore andremo a  comprare dei gamberetti effervescenti o delle punture di trota per i dolori di schiena. Ma questo non è l’unico modo per cui i principi attivi dei farmaci finiscono nelle acque o nei terreni. Pensate ai maiali, ai polli o alle mucche. Questi animali vengono riempiti di antibiotici che poi una volta assimilati vanno a finire nei loro escrementi per poi finire negli stoccaggi dei liquami degli allevamenti e quindi nel suolo e poi nelle falde acquifere. E questo è tutto vero. Pensate, tra qualche anno invece che andare alle terme a fare i fanghi per i dolori articolari potremmo fare dei bagni nella cacca di maiale o di mucca, ricca di antidolorifici. Al ritorno potrete sempre dire: “Una vacanza di merda ma almeno non ho più dolori!”. Ricordi a parte, scherzi a parte, risate a parte, quello dello smaltimento dei farmaci scaduti è un problema serio. Abbiate cura di gettare l’astuccio di carta e il bugiardino nel cassonetto della carta ma portate blister e flaconi presso le farmacie che hanno l’apposito raccoglitore di farmaci scaduti. Non gettateli nel gabinetto o rischiate che lo sciroppo per la tosse fatto con bava di lumaca diventi un antibiotico supercalifragilistichespiralitoso che vi trasformerà in un marziano.

News

Il Natale finalmente se n'è andato e se da una parte ha portato via la sovrabbondante alimentazione, lustrini e oggetti inutili , dall'altra ha, solo per un brevissimo tempo, colmato la sete, da parte dei nostri figli,  di comprare. "Mi serve, mi piacerebbe, mi compreresti..." sono i mantra quotidiani che loro ripetono senza vergogna, senza indugio, senza un minimo di comprensione da parte loro per come viviamo, per quello che guadagniamo, per la fatica che facciamo a vivere. Certo non tutti sono così viziati, non tutti pretendono sempre di acquistare, ma obiettivamente, è vero che qualcosa manca sempre. Dalla matita azzurra nell'astuccio che è finita, alle calze che non vanno più bene, dal Dvd che mi serve per scuola, alle  figurine che "ce l'hanno tutte e perché io no." Bisogna trovare piccole astuzie sia economiche, sia di strategia per far capire loro che non tutto è dovuto e che molte volte per  le cose che servono non è obbligatorio mettere mano al portafoglio. DVD e libri che possono essere presi in prestito in biblioteca, vestiti al mercatino dell'usato, matite che possono essere consumate fino a lasciarle a cinque centimetri, condivisione di tanti giochi coi compagni, organizzare una tombolata con i giochi come premi anche degli amici che non si usano più, creazione di giornalini e fumetti fatti in casa, costruire col cartone. Insegnare loro, con la creatività e l' intelligenza, il valore delle cose, il rispetto per gli oggetti, il poter costruire tutto quello che si vuole con scotch, colla e cartone senza dover sempre conformarsi a quello che va di moda, per sviluppare un loro gusto personale, una buona manualità e un senso critico molto più sviluppato di chi si trova il prodotto bello che confezionato in mano. by @vestitaacipolla  

News

“C’è pizza su Marte?”. E' questo il grido con cui il comico Diego Parassole e il paroliere Ricardo Pifferi ci catapultano in una esilarante situazione surreale di battute e giochi di parole sul mondo del cibo, nel nostro presente e nel nostro futuro. Un argomento serio affrontato con la leggerezza provocatoria tipica di chi ha una mente tagliente e ironica, proprio come Diego dimostra di avere sia sul palco che fuori. Ma Diego non fa solo numeri di spettacolo. I numeri li fa davvero. E statistici. Che aiutano insieme a profonde riflessioni truccate da sorrisi a capire meglio quello che mangiamo o pensiamo di mangiare. Come spiega Andrea Segré nella sua postfazione: “Ecco il punto: noi non sappiamo cosa mangiamo. E in fondo Diego Parassole, come tutti i comici seri (ossimoro su cui invito a riflettere), ci parla proprio di questo. Nel senso che, facendoci ridere, talvolta amaramente (altro ossimoro), ci informa e ci fa riflettere sul cibo. Una delle parole più abusate e aggettivate dei nostri tempi, soprattutto adesso che si avvicina Expo 2015 […]”. Spaziando dalla margarina al latte artificiale, dal mais transgenico agli insetti, dai biocarburanti alle speculazioni finanziarie sui prodotti alimentari, i due incontenibili autori affrontano il tema del cibo e quello della sostenibilità coadiuvati dagli stimolanti approfondimenti bibliografici curati da Donato Ramani. Una leggerezza, quella di Parassole e Piferi che si sposa felicemente con quella della casa editrice Scienza Express che propone, come illustrato nel suo manifesto, una visione fresca della conoscenza scientifica, oggi più che mai necessaria per partecipare attivamente alla vita democratica. Il tutto attraverso iniziative che spaziano dai libri al teatro e sono concepite anche per un pubblico curioso e non specialistico. All you can eat - mangiare meglio oggi per non stare a dieta domani di Diego Parassole e Riccardo Piferi Scienza Express edizioni € 14,00

Libri

Sebi è mio figlio. Mio figlio maggiore. Ed è più alto di me. Sebi non è più un bambino e non è ancora un ragazzo. Ha quell’età paragonabile a una terra di mezzo, senza confini netti, con paesaggi variopinti, flora e fauna di ogni tipo, che nemmeno il miglior illustratore saprebbe rappresentare. È come un clima di passaggio tra una stagione e l’altra, che non sai come affrontare. Se ti vesti leggero senti freddo. Se ti vesti pesante senti caldo. Difficile trovare un equilibrio. Sebi rifiuta oramai gli abbracci ma vuole fare la lotta. Per gioco. Per ridere. Ma anche per trovare, a modo suo, un contatto affettuoso e di sfida allo stesso tempo. A volte, negli occhi di Sebi, vedo i germogli dei miei stessi difetti. E vorrei chiedergli scusa. Per questo. La sua è un’età fatta di sfide,di  insicurezze e di provocazioni da una parte e di ricerca di conferme e di rassicurazioni dall’altra. Un formulazione esplosiva. Un equilibrio instabile pari a quello di un ponte tibetano che il genitore deve attraversare con attenzione, con il difficile compito di essere una guida non invadente, un osservatore non disinteressato, un punto di riferimento fermo, confortante, stabile ma flessibile. Quella di Sebi è un’età complessa per un ragazzo e un esame difficile per un genitore, sempre a rischio di bocciatura. Sebi si è appena accorto che sto scrivendo questo post che lo riguarda. Si è subito imbarazzato. Ho cominciato a leggerglielo e lui si è tappato le orecchie urlando: “NO NO NO!”. Il tutto ridendo. Normale. Quando io e Sebi siamo soli entriamo in un mondo nostro fatto di confidenza e complicità. Un mondo che non regge appena qualche altra persona ne varca i confini. Non ne ho ancora capito il motivo. Lo capirò. Prima o poi. Una domenica pomeriggio di fine settembre di quest’anno il cielo era grigio. Non era caldo. Non era freddo. Non c’era pioggia, non c’era sole. Avevo desiderio di passare del tempo con Sebi. Gli ho chiesto di accompagnarmi in centro a Perugia per andare alla ricerca delle piante spontanee di città, più comunemente dette “erbacce”. Un occasione per scoprire il verde urbano, quello nascosto, sconosciuto e disprezzato. Ha accettato l’invito con una incredula passività e affettuosa rassegnazione. Pantaloni corti, scarpe da ginnastica, t-shirt, armati di borraccia con acqua del rubinetto e di una guida al riconoscimento delle erbe di città ci siamo diretti verso il centro di Perugia. Tra le stradine, i vicoli e le scalinate medievali di una città che amo da morire abbiamo camminato alla ricerca di piccole piante magicamente nate ai bordi di una rotonda, tra l’asfalto e uno scalino di una vecchia casa, all’ombra di un cartello stradale, tra gli spazi di antiche pietre etrusche. “Eccone una Sebi! Guarda che bel fiore viola!” oppure “Guarda Sebi, che culo che abbiamo! Vieni a vedere questa!” oppure “Guarda come è magnifica e sorprendente la natura in mezzo alla città!” gridavo all’avvistamento di una piantina triste e sconsolata di Malva, di Menta, di Piantaggine o di una Parietaria tristemente arrampicata sui mattoni di un vecchio muro. Sebi non aveva il mio stesso entusiasmo. Ovvio. Rimaneva qualche passo indietro a guardare imbarazzato il padre accovacciato a terra e con la stessa espressione di Indiana Jones al ritrovamento dell’arca perduta. Beh! Chi lo avrebbe biasimato? Io avevo la stessa espressione quando fui precettato dai miei genitori per andare al concerto dei Nomadi, che avrei apprezzato … ma solo dopo 10 anni. È stato sotto un arco antico, mentre osservavo un raro esemplare di Piantaggine con Sebi che stava in piedi alle mie spalle a tre passi da me, che un vecchio barbone seduto su una panchina a pochi metri di distanza e circondato da alcuni piccioni mi ha chiesto cosa stessimo facendo. “Stiamo cercando le piante medicinali!” Ho risposto gentilmente. Come se fosse la cosa più naturale al mondo. “Se andate all’orto botanico ce ne sono molte di più!” mi ha risposto il barbone in un italiano incerto ma comprensibile e comunque meglio di quello di molti miei connazionali. “Lui non ha la tua stessa passione!” ha continuato il barbone indicando Sebi. “Si. È vero.” “Lo devi rispettare.” Mi ha esortato l’anziano con una saggezza semplice e diretta. Quasi infantile e ingenua ma genuina. Schietta. “Si. È vero. Lo devo rispettare.” A quel punto mi sono alzato dalla mia posizione di botanico urbano improvvisato e sono andato in contro all’uomo per regalargli la mia piccola guida alle erbe di città. Lui mi ha sorriso e mi ha ringraziato. Io e Sebi lo abbiamo salutato e ce ne siamo andati per andare a bere un succo di frutta prima di tornare a casa. È stato il suo primo aperitivo. In fondo arriva sempre il momento in cui un padre deve insegnare al proprio figlio a bere roba buona. Tornando verso l’auto, alla luce di un cielo grigio che mostrava il broncio mi sono rivolto a Sebi: “Sai, regalando quel piccolo libro a quell’uomo non abbiamo saziato la fame del suo stomaco. Ma lui con un sorriso ha sfamato quella della nostra anima”. Sebi ha fatto un cenno di assenso non troppo interessato e io gli ho sorriso strizzando i miei occhi e scompigliandogli i capelli con la mano. È stato il mio modo per dirgli “Grazie di avermi accompagnato. Ti voglio bene”. Ma si sa, le parole più semplici sono quelle più difficili da dire.  

News

I sentimenti sono ecologici. Si. Secondo me sono ecologici. Non ci credete? Allora ditemi se siete mai riusciti a calcolare quanta CO2 produce un innamoramento, un sorriso verso i figli, un gesto gentile verso un genitore, un nonno, o un sentimento di amicizia. Non mi risulta che fare l’amore inquini i boschi o metta a rischio la salute della fauna selvatica (a meno che non si abbandoni il profilattico su un prato e un cinghiale lo scambi per una gomma da masticare!) . Non mi risulta che l’amore contamini l’acqua del mare o dei laghi; non c’è riuscito nemmeno Valerio Scanu quando cantava a far l’amore in tutti i modi in tutti i mari in tutti i luoghi in tutti i laghi … Non mi risulta che giocare al pallone con i figli aumenti l’intensità delle onde elettromagnetiche, a meno che il pallone non sia telecomandato. Non mi risulta che chiacchierare con amici fino a tarda notte fuori da un locale faccia impennare il valore dell’inquinamento acustico. Non mi risulta che cogliere un fiore per una donna contribuisca al diboscamento dell’Amazzonia. I sentimenti sono ecologici perché l’anima, a differenza del corpo, può avere sete ma non beve acqua, può avere fame ma non mangia i frutti della terra. Viaggia, vola ma non usa automobili né aerei, si copre ma non indossa abiti. Si mette a nudo ma non si spoglia. Può essere preziosa  senza indossare gioielli. Si purifica ma non usa sapone, né creme, né essenze di alcun genere. Si disseta bevendo da bocche che versano baci sulla pelle come anfore ripiene di ambrosia, si sfama mangiando avidamente carezze e abbracci ripieni di passione (non quelli del Mulino Bianco fatti da Banderas). Un’anima nasce e muore ogni volta che fa l’amore, senza lasciare resti, completamente a impatto zero. Si purifica ogni volta che dice TI AMO. Si rilassa con una poesia, con una canzone, con un film, perdendosi tra le pagine di un libro, con una passeggiata al chiaro di luna tra le strade antiche di una città, in riva al mare ascoltando l’eco della sua stessa voce, emessa dalle onde stanche del tramonto. Si riposa e pensa al suo domani bevendo un bicchiere di vino nero, forte e corposo  sugli scalini di una piccola casa bianca al calare della notte. Si sente al sicuro tra due corpi avvinghiati come mangrovie. Se solo il corpo fosse in grado di assomigliare un po’ più all’anima che gli dà vita.... Se solo imparasse ad ascoltare le grida mute che l’anima lancia verso le stelle del cielo … Ogni corpo consumerebbe più amore, più passione, più poesia, più sguardi, più frasi d’amore … E le stelle innamorate, dal cielo, si incanterebbero a guardare gli occhi di chi vive in un mondo così.

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